I musei si fanno spazio sui social

Il 52% ha un account. Siti e newsletter per comunicare

di Irene Greguoli Venini

14/03/2017 19:25
I musei si fanno spazio sui social

I tre musei italiani che hanno più successo su Facebook sono i Musei Vaticani, al primo posto, la Reggia de La Venaria Reale al secondo e, al terzo, il Maxxi. Su Twitter, invece, ai vertici c'è il profilo dei Musei in Comune di Roma cui seguono il Maxxi e il Museo del Novecento di Milano.

Su Instagram domina la Peggy Guggenheim Collection di Venezia, dopo cui viene il Triennale Design Museum e, di nuovo, il Maxxi. Le istituzioni culturali quindi cominciano a sfruttare il digitale per comunicare, soprattutto i social network cui si affiancano i siti web e le newsletter; c'è però spazio di miglioramento per i servizi legati alle collezioni, sia online, per esempio il catalogo accessibile dal web e la possibilità di fare una visita virtuale, sia sul luogo, come Qr code e app per dispositivi mobile, secondo l'Osservatorio innovazione digitale nei beni e attività culturali, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano.

Nella Penisola ci sono 4.976 musei, aree archeologiche e monumenti, con un trend negli incassi e negli ingressi positivo, anche se nessun museo appare tra i dieci più visitati al mondo, uno su tre ha meno di mille visitatori l'anno e il 70% degli italiani non li frequenta. A fronte di ciò una delle sfide è proprio «trovare il modo per comunicare il proprio patrimonio in un modo nuovo, che lo renda più prossimo alle esigenze di conoscenza ed esperienza di cittadini e turisti», spiega Michela Arnaboldi, direttore scientifico dell'Osservatorio, che ha condotto un'indagine su un campione di 476 musei italiani, pari a circa il 10% dei musei aperti al pubblico nel 2015. «L'innovazione digitale, che ha determinato un radicale cambiamento dei paradigmi di mercato negli ultimi anni, potrebbe ora rappresentare un fondamentale fattore di trasformazione per il settore culturale».

Considerando i servizi online più utilizzati nel 2015 al primo posto c'è il sito web (adottato dal 57% dei musei): non sempre però i portali sono costruiti in modo da facilitare l'utente nell'interazione con i suoi contenuti; per esempio in home page sono presenti delle chiare call to action rispetto alla biglietteria online solo nel 21% dei casi, la traduzione in lingue straniere (principalmente l'inglese) è disponibile per il 54% e i contenuti sono indirizzati a particolari categorie di utenti come famiglie, disabili o gruppi nel 20% dei casi.

Poi ci sono gli account sui social network (Facebook, Twitter, Instagram) adottati dal 41% dei musei, anche se pochi sono presenti su tutti e tre. La maggior parte dei post inoltre è di natura promozionale, anche se sono molto apprezzate dal pubblico le rubriche in cui vengono proposte opere del museo o racconti di storie che ruotano intorno a esse. Abbastanza usate sono anche le newsletter (25%).

Pare comunque che nel 2016 ci sia stata una ulteriore spinta verso l'impiego dei social network: il 52% possiede un account su questi media, soprattutto su Facebook (51%) ma c'è una buona presenza anche su Twitter (31%) e Instagram (15%).

Sono rimasti indietro invece i servizi dedicati alle collezioni: gli allestimenti interattivi o le ricostruzioni virtuali sono proposti dal 20% dei musei, la connessione wi-fi gratuita è offerta dal 19%, mentre i Qr code, il catalogo accessibile online o la visita virtuale del museo dal sito web sono ancora poco adottati.

In questo scenario «le istituzioni culturali devono dotarsi di figure nuove, ibride, che diventino interpreti digitali del patrimonio, ossia di persone che conoscano il patrimonio, il suo valore, ma che al contempo siano in grado di valutare le opportunità offerte dal digitale», sostiene Arnaboldi. «La seconda sfida sarà rendere i progetti innovativi sostenibili economicamente sul medio e lungo periodo, magari attraverso nuovi modelli di business in grado di trarre risorse finanziarie proprio dai servizi abilitati dalla tecnologia».

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